Carlo Pagliai
Ingegnere urbanista
Autore di “Ante ’67

La mancata richiesta di condono consente la repressione anche per illeciti commessi prima dell’entrata in vigore del regime sanzionatorio vigente.

Non esiste una prescrizione dell’azione repressiva per contrastare l’abusivismo edilizio, neppure una sorta di chiusura col passato (anche se sarebbe assolutamente necessaria per certi tipi di intervento).

Normalmente in ambito amministrativo edilizio non esiste “di default” la retroattività, facciamo un esempio con la semplificazione normativa: una ristrutturazione edilizia con aumento di unità immobiliare accertata dalla P.A. nel 2010, viene giudicata in sede amministrativa con le norme vigenti all’epoca, nonostante che siano sopravvenute norme edilizie più semplificate.

Può apparire grottesco e contro intuitivo, ma in ambito amministrativo funziona così. E se questa è una regola principale, esistono anche l’eccezioni.

Per esempio l’art. 40 della L. 47/85 ne è la riprova lampante, e fornisce un chiarissimo riferimento per cui gli illeciti del passato non sfuggono al più severo regime repressivo e sanzionatorio edilizio. Questa retroattività ha trovato un contrappeso di equilibrio, che era appunto la possibilità di presentare la domanda di condono edilizio nei termini e modi previsti dalla legge (reiterata poi altre due volte successive nel 1994 e 2003).

Pertanto, nel caso in cui l’abuso edilizio fosse commesso ad esempio nel 1982, non si può applicare la disciplina sanzionatoria della L. 10/1977 (ed eventualmente quelle integrate da norme regionali).

In materia di sanzioni amministrative edilizie non vige il divieto di retroattività

E’ utile sottolineare che i poteri sanzionatori edilizi della P.A. non si estinguono per decorso del tempo, in quanto l’illecito edilizio ha natura permanente e derivante dalla mancata demolizione spontanea (Cons. di Stato n. 4213/2014).

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