Il manufatto deve rispettarla a prescindere da pilastrature e aperture esterne permanenti

Carlo Pagliai
Ingegnere urbanista
Autore di “Ante ’67

La pianificazione urbanistica è una disciplina ampia e complessa, che intende tutelare diversi interessi pubblici e collettivi, tra cui gli aspetti igienico sanitari.

Più volte nel blog ho affrontato il delicato argomento delle distanze legali tra costruzioni, una materia continuamente in evoluzione nell’ambito della giurisprudenza amministrativa.
In particolare occorre capire come applicare l’art. 9 del D.M. 1444/68 quando si costruiscono manufatti edilizi come il portico e porticato.

Tra l’altro molti credono che questo tipo di manufatti “non fa volume”, immaginando che sia più libero rispetto alle costruzioni.
Se da una parte gli strumenti urbanistici comunali (Piani Regolatori) li considerano come volumi accessori, ciò non significa che siano esonerati da diverse discipline e normativa.
Al contrario, sono manufatti ed elementi edilizi una certa rilevanza e comportano trasformazione permanente del suolo tramite opere edilizie.
Inoltre, la questione della chiusura successiva del portico/porticato con infisse o vetrate aggiunge un altro tipo di problematica, derivante dalla trasformazione di volume accessorio in volume lordo.

Prima di proseguire, occorre richiamare alcuni principi fondamentali per comprendere le conclusioni.

La giurisprudenza (Cons. di Stato n. 6136/2019) afferma al riguardo che, nell’art. 9 del D.M. 1444/68, il rispetto della distanza minima di dieci metri tra pareti finestrate di edifici antistanti ha valore:

  • ineludibile: in zona diversa dalla zona A, l’art. 9 laddove prescrive il rispetto assoluto, trattandosi di norma finalizzata non alla tutela della riservatezza, bensì a impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario (Cons. di Stato n. 6136/2019);
  • cogente: le distanze fra le costruzioni sono predeterminate con carattere cogente in via generale e astratta, in considerazione delle esigenze collettive connesse ai bisogni di igiene e di sicurezza, di guisa che al giudice non è lasciato alcun margine di discrezionalità nell’applicazione della disciplina in materia per equo contemperamento degli opposti interessi (Cons. di Stato n. 6136/2019, Cass. civ., II, 16 agosto 1993, n. 8725). La prescrizione di distanza in questione è assoluta e inderogabile (Cass. civ., II, 7 giugno 1993, n. 6360; 9 maggio 1987, n. 4285;
  • inderogabile: l’art. 136 del d.P.R. n. 380 del 2001 ha mantenuto in vigore l’art. 41-quinquies, commi 6, 8, 9, della l. n. 1150 del 1942, per cui in forza dell’art. 9 del d.m. n. 1444 del 1968 la distanza minima inderogabile di 10 metri tra le pareti finestrate di edifici antistanti è quella che tutti i Comuni sono tenuti ad osservare, e il giudice è tenuto ad applicare tale disposizione anche in presenza di norme contrastanti incluse negli strumenti urbanistici locali, dovendosi essa ritenere automaticamente inserita nel P.R.G. al posto della norma illegittima (Cass. civ., II, 29 maggio 2006, n. 12741).
    La norma, per la sua genesi e per la sua funzione igienico-sanitaria, costituisce un principio assoluto e inderogabile (Cass. civ., II, 26 luglio 2002, n. 11013), che prevale sia sulla potestà legislativa regionale, in quanto integra la disciplina privatistica delle distanze (Corte Cost., sentenza n. 232 del 2005), sia sulla potestà regolamentare e pianificatoria dei Comuni, in quanto derivante da una fonte normativa statale sovraordinata (Cass. civ., II, 31 ottobre 2006, n. 23495), sia infine sull’autonomia negoziale dei privati, in quanto tutela interessi pubblici che non sono nella disponibilità delle parti (Cons. Stato, IV, 12 giugno 2007, n. 3094);
  • perentorio: deve sussistere tra edifici antistanti, va calcolata con riferimento a ogni punto dei fabbricati e non alle sole parti che si fronteggiano (Cons. Stato, V, 16 febbraio 1979, n. 89). Tale calcolo si riferisce a tutte le pareti finestrate e non soltanto a quella principale, prescindendo altresì dal fatto che esse siano o meno in posizione parallela (Cass., II, 30 marzo 2001, n. 4715), indipendentemente dalla circostanza che una sola delle pareti fronteggiantesi sia finestrata e che tale parete sia quella del nuovo edificio o dell’edificio preesistente, o della progettata sopraelevazione, ovvero ancora che si trovi alla medesima o a diversa altezza rispetto all’altra (Cass., II, 3 agosto 1999, n. 8383; Cons. Stato, IV, 5 dicembre 2005 , n. 6909; 2 novembre 2010, n.7731);
  • esteso: per “pareti finestrate” si deve intendere non soltanto le pareti munite di “vedute” ma, più in generale, tutte le pareti munite di aperture di qualsiasi genere verso l’esterno, quali porte, balconi, finestre di ogni tipo (di veduta o di luce).

Portico e porticato, fanno distanza tra costruzioni come se fossero edifici?

La definizione di questi manufatti è stata riportata nel Regolamento Edilizio Tipo nazionale, a sua volta recepito e dettagliato ulteriormente dalle legislazioni regionali.

Essa è indicata alla voce n. 39 dell’Allegato A del suddetto Regolamento, che riporto integralmente:

39 – Portico/Porticato: Elemento edilizio coperto al piano terreno degli edifici, intervallato da colonne o pilastri aperto su uno o più lati verso i fronti esterni dell’edificio.

L’inquadramento del portico o porticato come manufatto edilizio lascia presagire che non si possa considerare o realizzare in regime di “Edilizia libera”.

Inoltre, gli aspetti strutturali e antisismici sono da sole condizioni sufficienti per qualificarlo come costruzione, ancorché sia aperto su almeno un lato.

Per quanto riguarda il rispetto della distanza tra edifici, invece bisogna fare un approfondimento più specifico.

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Questo articolo ha 19 commenti

  1. Ho anche visto nel Reg. Edilizio di Firenze (Deliberazione C.C. 2019/C/00014 del 11.03.2019) a pag 22 che si scrive chiaramente in relazione a portico e distanza : ” Ai fini del rispetto della distanza minima fra edifici sono irrilevanti:….punto c. – logge e porticati quando abbiano il lato libero da murature”. Quindi in tal modo il comune viene a proteggere il cittadino da qualsiasi controversia legale, immagino.

  2. Avrei anch’io una osservazione e domanda, anche se non sono affatto del mestiere, ma ho letto diverse cose soprattutto di Pagliai, autore prolifico nonché capace.
    Giustamente Pagliai osserva che “Occhio: la sentenza è del 2019 ma riguarda fatti anteriori al RET.”
    Parlavo l’altro giorno con un architetto di un comune che fa parte del tavolo di lavoro per i suggerimenti ai comuni alla ricezione del RET, il suo comune l’ha già recepito, abbiamo letto assieme il Piano Interventi e le relative NTO e :” Non costituiscono superficie utile: “(i soliti sospettabili)…poi tettoie, sporti, pergolati, bersò e strutture a graticcio, aggettanti o profonde fino a m 1,50…. Portici privati ad uso residenziale, direzionale e commerciale fino a un massimo del 10% della Su….” Mi ha proprio precisato che ora nel computo della distanza dei 10 metri non entrano tali costruzioni.
    Poi la giurisprudenza avrà sempre l’ultima parola. Ad ogni modo, domanda secca, le tettoie appoggiate all’edificio (da qualche parte Pagliai dice che le tettoie una volta appoggiate diventano portici, però nelle sentenze varie ho visto che parlano di tettoie appoggiate all’edificio, dal Ret io non capisco se viene contemplata tale circostanza) con profondità inferiore a metri 1,50 potranno eventualmente creare dubbi alla giurisprudenza o ad ogni modo sia per la tipologia che per la misura potrebbero essere un caso a parte? Mah. Ad ogni modo i comuni non dovrebbero avere dubbi se tali costruzioni non fanno superficie utile, per cui spero che il mio, una volta recepito il RET, mi dia il benestare per costruire la mia tettoia inferiore al 1,5 metri sopra la porta di casa anche se la mia ristrutturazione di casa del 1958 dista 9,20 metri dalla casa di mia zia del 1900.
    Complimenti per il lavoro svolto.

    1. Salve Caterina, il problema qui non è “fare volume o no”, ma se costituiscono modifica di sagoma e costruzione. E ciò avviene senza ombra di dubbio.
      Il comune scriva quello che vuole nel regolamento edilizio, tuttavia le norme regolamentari in contrasto con norme di livello superiore si devono disapplicare.
      Per tutto il resto ci sarà la giurisprudenza futura.
      Grazie i complimenti e un saluto.

      1. Grazie. I complimenti sono il minimo.
        -Ho riletto meglio la sua trattazione, è vero quindi quando Lei mi dice che il comune può scrivere quello che vuole, infatti Lei aveva evidenziato: ” e il giudice è tenuto ad applicare tale disposizione anche in presenza di norme contrastanti incluse negli strumenti urbanistici locali, dovendosi essa ritenere automaticamente inserita nel P.R.G. al posto della norma illegittima (Cass. civ., II, 29 maggio 2006, n. 12741).
        -Ok Lei dice bisogna vedere se il porticato (o tettoia nel mio caso) incide sulla sagoma. Però riguardo alla tettoia di aggetto inferiore al 1.5 metri, Lei aveva scritto su “Tettoie permesso di costruire”: ” E’ decisivo considerare che la realizzazione di una tettoia comporta l’alterazione della sagoma dell’edificio” ma anche “Un elemento sostanziale e discriminante le tettoie è la profondità ……non comportano modifica di sagoma in senso proprio; infatti sono esclusi da tale regime aggetti e sporti superiori a 1,50 m (rubrica 18 Reg. Ed. Tipo All. A)”. Ritengo quindi bisogni fare almeno questa distinzione, per ora, per le tettoie e credo anche i portici.

        1. Diciamo meglio: la tettoia a sbalzo dall’edificio, chiamata da qualcuno anche “pensilina” è una cosa, la tettoia in senso proprio è un manufatto a sè stante e indipendente.

  3. Gent.mo ing.Pagliai,
    il presente articolo rimanda anche al tuo precedente del 08/05/2019 in materia sulle modalità di misurazione (Distanze tra edifici lineari, e non radiali (col disegnino) https://www.studiotecnicopagliai.it/distanze-edifici-lineari-non-radiali/ giusta sentenza della Cassazione Civile(sentenza n. 10580/2019), dove viene ribadita che la modalità corretta è quella LINEARE.
    Ma come si concilia con la definizione tratta dal Regolamento Edilizio Tipo nazionale, il quale definisce le Distanze (Lunghezza del segmento MINIMO che congiunge l’edificio con il confine di riferimento (di proprietà, stradale, tra edifici o costruzioni, tra i fronti, di zona o di ambito urbanistico, ecc.), IN MODO CHE OGNI PUNTO DELLA SUA SAGOMA RISPETTI LA DISTANZA PRESCRITTA)?
    Mi sembra una contraddizione con la Sentenza del Consiglio di Stato!

    1. Grazie Paolo,

      leggo volentieri questo commento, e appunto hai centrato il problema: il RET è una disciplina innovatrice su cui c’è sta capire come evolverà la sua applicazione. Chiaramente maggiori dettagli possono essere desumibili dai rispettivi regolamenti regionali recepiti.

      1. Il RET risale al novembre 2016, che poi ogni regione/comune ha o dovrà recepire, tanti lo hanno già fatto. Mentre la Sentenza è del 2019, la stessa stabilisce che i Comuni “è si consentito” stabilire distanze distanze maggiori tra edifici con pareti finestrate ( DM 1444 = 10 ml.) o senza (C.C. art. 873 = 3,00 ml.), MA NON ALTERARE IL METODO DI CALCOLO LINEARE.
        La Sentenza dovrebbe causare o “provocare” una revisione del RET?
        QUINDI COSA FACCIAMO ORA? Come ci comportiamo con i vecchi e con i nuovi regolamenti edilizi che prevedono il sistema radiale?
        (Come si convincono gli U.T. dei Comuni?)
        Qual’è il tuo pensiero ing. Carlo?

          1. Certo ing. Pagliai,
            tuttavia la stessa Sentenza del 2019, benchè riferita a fatti del 2014, sembra abbia carattere atemporale, in quanto non fa nessun riferimento del RET del 2016 che, peraltro, non è una Legge dello Stato, bensì una accordo, anzi un intesa Stato/Regioni che, ai sensi dell’art. 4 DPR 380/01. Difatti si chiama RET(…Tipo) e non REU(…Unico), quindi?….
            E allora, perchè nel 2019 ed anche oggi, siamo ancora qui a discutere su RADIALE o LINEARE, quando abbiamo il RET?
            Prevalgono le Leggi vigenti come interpretate dalla Giuriprudenza(vedi sentenza) sull’Intesa Stato regioni?…
            Un’altro mistero…! Ancora non svelato…

          2. Gent.mo ing. Pagliai,
            aggiungo un ulteriore riflessione, che può essere oggetto condivisione anche con altri tecnici.
            In realtà la Legge “Sblocca Cantieri” del 14/06/2019 n.55 ha introdotto all’ art. 5, comma 1, lettera b-bis), l’INTERPRETAZIONE AUTENTICA dell’art. 9 del DM 02/04/1968 n. 1444, dove specifica che i limiti di distanza tra fabbricati si riferiscono esclusivamente alla zona di cui al primo comma, numero 3), dello stesso articolo.
            In sostanza l’inderogabilità dei 10 ml. è riferita esclusicamente ai fabbricati nell zone C(di espansione).
            Nelle altre zone rimane la discrezionalità dell’Ente Locale/Comune.
            E’ così o mi sfugge qualcosa?

  4. In una variante normativa che coinvolgeva la zona B del PRG la Provincia osservo’ che l’eventuale tamponatura del portico assentito doveva necessariamente essere posta a 10m dal fabbricato prospiciente, anche se il PRG equiparava il porticato alla stregua delle pareti. Il Comune ha recepito tale osservazione per cui i portici si possono tamponare ove la parete che si realizza è posta a 10 m dall’edificio prospiciente.

  5. Come sempre non è facile districarsi tra norme e norme. Spesso si contraddicono. Cito una recente sentenza Tar Liguria: l’art. 9 comma 1 n. 2 del DM 1444/1968, secondo cui per gli edifici di nuova costruzione deve osservarsi la distanza minima di 10 m. dalle pareti finestrate degli edifici antistanti, non si applica quando di fronte all’edificio in costruzione si trova un portico aperto

    1. Lo capisco, qui si parla di Consiglio di Stato, e forse codesto è un caso diverso… se mi segnali gli estremi gli darei un’occhiata.

      1. Tar Liguria nella sentenza 527/2020.
        Ogni caso è un caso a sé, come sempre. Buon lavoro. Ciao

        1. Ho letto la sentenza. Se fai caso si limita in maniera speditiva a citare una risalente giurisprudenza anteriore al 2005, cioè da quando ha preso inizio l’affermazione dell’opposto orientamento in Cassazione.
          Chissà se l’hanno appellata…

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